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The Boy
Un'anima avvelenata dalla merda di cui questo mondo ci sommerge. Quì metterò i miei Racconti, le mie Canzoni, i miei Pensieri.. tutto ciò, insomma, che la mia anima avvelenata mi detta.
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wanna be?? Disclamer
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Racconti
Obsession: capitolo I
Un’altra giornata sta volgendo al termine: uguale alla precedente, uguale a tutte le altre…come succede da anni ormai. Sei anni. Son passati sei anni da quando ho deciso di prendere e fuggire. Da quando ho abbandonato lo squallore della mia vita per trasferirmi in questa città. “Torino è una città viva! Piena di locali, piena di opportunità…il luogo giusto per ricominciare!” quante volte mi son ripetuto quelle frasi? Quante volte ho tentato di auto convincermi che fosse la scelta giusta? Ma fuggire non è mai scelta giusta. Non si può fuggire da se stessi… Fuori è quasi buio e questa cazzo di metropolitana puzza. Ho sempre amato prendere i mezzi pubblici: pieni di gente diversa, ognuno che nasconde dentro di se segreti, paure, angosce. Ognuno con la sua vita, ognuno che si fa i cazzi propri! Amo osservare la gente, cercare di entrare in sintonia con il loro essere, collegarmi a loro con un solo sguardo. Amo questa sensazione di estraneità che si prova in mezzo a tanti sconosciuti. Ma questa sera è diverso. Mi sento malinconico, sono scazzato, mi rode il culo...ho paura di aver fatto solo stronzate nella mia vita. Voglio uscire da questo vagone, ma la mia fermata è ancora lontana. Non c’è una sola persona che riesca ad attirare la mia attenzione, son circondato da fantocci, tutti privi di quella scintilla che mi ha sempre affascinato. Ho paura. Forse mi son sempre illuso, forse anche la mia vita è uguale alla loro. Forse anch’io non son altro che un pupazzo, una marionetta i cui fili son comandati da qualcuno più in alto, qualcuno che ha già deciso per me. Soliti pensieri paranoici. Ultimamente non faccio che riflettere ed accorgermi che la mia vita mi sta sfuggendo di mano. Mi sta scivolando via come un’anguilla impazzita…ed io non riesco a riprenderla. Che cazzo sono queste crisi? 25 anni. Troppi per una crisi adolescenziale. Pochi per una crisi di mezz’età. 25 anni. Troppi per continuare a giocare a fare il ribelle. Pochi per pensare che la propria vita sia già finita. Mi son nuovamente perso nei miei pensieri! Cazzo, non va bene…devo reagire! Anfibi borchiati, neri…troppo grandi per quelle gambette esili. Son appoggiati sul sedile accanto al mio, con noncuranza. Alzo gli occhi, incrocio uno sguardo. Dura solo un istante ma tanto basta a farmi perdere la ragione. Due occhi limpidi, profondi, magnetici. Tanto trucco intorno, troppo forse…ma d'altronde è perfetto in quel viso d’angelo imbronciato. Quando si è seduta davanti a me? Quando è entrata? Da quanto tempo me ne sto perso tra i miei pensieri? Quante fermate ho passato? Il vagone è ormai vuoto. Come sempre mi son seduto in fondo perché da qui posso osservare l’intero ambiente. Lei si è seduta proprio davanti a me, neanche mi ha notato persa com’è nei suoi pensieri. Se ne sta lì, immobile, con lo sguardo assente. Continua a fissare di fuori, ascolta la pioggia. Quando cazzo ha iniziato a piovere? Anche questa sera dovrò arrivare al locale zuppo come un pulcino! Fanculo a me ed al mio vizio di non portare mai un ombrello! La ragazza è ancora davanti a me. Ancora che fissa fuori. Sta disegnando, con un dito, qualcosa sul vetro appannato. Passano pochi minuti, la vedo sorridere. Si alza e si avvia alla porta, la catena che porta addosso e le borchie dei suoi stivali fanno rumore. A me sembra una sorta di melodia, una melodia triste e distorta. La metropolitana si ferma e lei scende. Per tutto il tempo non ho saputo far altro che fissarla. La salivazione azzerata, lo sguardo vitreo. Come un adolescente alla sua prima cotta… 25 anni. Troppi per credere ancora ai colpi di fulmine. La metropolitana riparte ed io continuo a fissare la porta. La ragazza è fuori, la vedo ferma poco distante, si accende una sigaretta e poi prende a camminare. Rimango per altri pochi secondi con lo sguardo assente, incollato alla porta del vagone…poi torno in me: cazzo! Era la mia fermata!!! Son arrivato al locale. Bell’inizio per essere il primo giorno di lavoro. *Cazzo mi frega!* penso. *Questo locale ha appena aperto, probabilmente non verrà nessuno sta sera!* continuo a pensare come tentando di auto convincermi che un piccolo ritardo non sarà certo la fine del mondo. Arrivo. Entro. Mi scuso per il ritardo. Mauro, il proprietario è una ragazzo sulla trentina. Abbiamo un amico in comune, Marco. Lo stesso che mi ha fatto assumere. Mauro non fa troppe storie. Mi cambio, metto la maglia col teschio che porto ogni prima sera, in ogni nuovo lavoro. 25 anni. Troppi per fare ancora il Barman. 25 anni. Troppi per non avere un vero lavoro. La serata trascorre tranquilla. Un gruppo che non conosco granchè suona per due ore buone, ottima musica: Punk Rock duro, come piace a me. Durante la serata vedo un sacco di facce interessanti: come mio solito le studio tutte, tento di entrare in sintonia con quello che ognuna di loro può portare dentro. Nonostante sia il mio primo giorno di lavoro mi sento subito a mio agio: il locale è molto affollato ed io mi sento rilassato quando sto in mezzo a tanta gente. Circondato da una simile fossa, assordato da musica ad un simile volume…riesco e non pensare. Il rumore dei miei pensieri, delle mie ossessioni, viene tranquillamente scavalcato da quello della musica. Ringrazio il cielo di esser qui in questo momento, sta sera non avrei resistito neanche un minuto da solo. La serata procede. Ora il gruppo sta facendo una sorta di After Show: fanno un bordello assurdo e la gente pare divertirsi. Ho fatto centinaia di cocktail, visto centinaia di persone, ricevuto decine di ammiccamenti. Eppure continuo a vedere quegli occhi. Quello sguardo mi è entrato prepotentemente dentro e non accenna a volermi lasciare. Mi preparo al volo qualcosa, lo butto già in un secondo. Non voglio pensare, sarebbe una cosa troppo gravosa, non reggerei. Non rimpiango affatto quello che mi son lasciato alle spalle. Tranne per un paio di persone, non c’è nulla della mia vita passata che ora, veramente, mi manchi. Con il lavoro che faccio poi ho già avuto modo di conoscere diverse persone, per quanto il mio carattere sia così instabile ed incomprensibile, ho un sacco di conoscenti. Ma ecco che le paranoie riprendono: questo è sempre stato il brutto del mio lavoro, la pecca del mio carattere. Ho centinaia di conoscenti…ma gli amici, quelli veri, dove sono? Non son mai stato in grado di vivere, davvero, senza amici. Non son mai stato in grado di affrontare, al meglio, la mia vita senza qualcuno accanto. Ma mi conosco. Non son fatto per avere una persona al mio fianco. Non son fatto per dividere questa mia assurda vita con altri. Non potrei mai trascinare qualcuno nel baratro che mi circonda. Come sempre mi perdo nei miei pensieri e come sempre è una voce che mi riporta alla realtà: Sara. Una ragazza simpatica che ho conosciuto pochi mesi fa tramite le ennesime amicizie in comune. Dice di esser arrivata con degli amici e dopo poche frasi di cortesia scambiate al volo preparo per lei e per questi fantomatici amici un paio di cocktail. Glieli offro io, in fondo sento che glielo devo: mi ha riportato alla realtà proprio quando stavo per perdermi nelle mie solite paranoie...e non posso permettermelo! Questa sera devo esser lucido. Questa sera VOGLIO esser lucido. Ma se non bevo penso e se penso mi ritrovo, nuovamente, con lei. La mia amica più fedele. L’unica non mi lascia mai: la dannata paranoia! Allungo sul bancone i bicchieri e faccio per alzare la testai: proprio in quel momento vengo rapito da uno sguardo. Lo riconosco, è il SUO sguardo. Lei è lì, l’ho vista! Subito mi volto ma la realtà pesa come un macigno: me la son immaginata. Non la vedo più. Lei non è lì, non c’è mai stata. D'altronde Torino è grande, è una città immensa. Non è possibile che riveda proprio lei. *Lei…* penso. D'altronde l’ho incrociata solo per pochi minuti in una cazzo di metropolitana. Che diavolo sto qui a pensarci? Devo essere davvero impazzito! Torno al mio lavoro. La serata continua a procedere a ritmo impressionante: ancora qualche cocktail, ancora un po’ di assordante musica e tutte le persone inizieranno a scemare. Finisco di servire una biondina niente male. Mi ha lasciato il suo numero sulla banconota da 5 euro usata per pagarsi la bevuta. L’ennesima conquista non voluta. Ma d'altronde è inutile girarci intorno: salto da un letto all’altro da anni oramai. Conosco gente, rimorchio ragazze ed immancabilmente ci finisco a letto. Sembra strano a dirsi, ma son stufo di questa situazione. Decine di ragazze, decine di vite diverse. Ma puntualmente cosa mi rimane alla fine? Nulla. Non mi lasciano nulla. Mi sento vuoto più di prima. Eppure, ho bisogno di colmare quel dannato vuoto. Ho bisogno di calore. Ho bisogno di non pensare. Son condannato, questa è la mia vita: alcool, droga e sesso. Le uniche tre cose che mi fanno andare avanti. Le uniche tre cose che non mi lasciano pensare. Metto in tasca la banconota e sorrido alla biondina. Un sorriso di circostanza, forzato. Ma non posso far altro. La musica cambia, riconosco la canzone: Blind, dei Korn. Amo i Korn, amo le loro canzoni, amo QUESTA canzone! Dico al ragazzo che questa sera lavora con me di coprirmi 5 minuti: non so neanche come si chiama eppure con una pacca sulla spalla mi dice di andare tranquillo. Entro in pista, inizia il pogo. Ecco qualcosa che in questo momento può davvero risollevarmi. Non c’è cosa che mi liberi maggiormente, che mi faccia sentire leggero e privo di pensieri come un buon pogo. Mi getto nella mischia. Chiudo gli occhi. Mi lascio trasportare dalla musica. Mi lascio cullare da quei corpi in fermento, come una barca alla deriva in mezzo ad un mare in burrasca! Vengo sbattuto a destra e sinistra. Ricevo colpi. Ne dò altrettanti. Ma in nessuno di essi c’è violenza, cattiveria. I muscoli si rilassano, si tendono e poi si rilassano di nuovo. La mente si svuota e per quei pochi minuti riesco a sentirmi bene, riesco a sentirmi libero. Apro gli occhi qualche istante, le luci del locale son a mille. Il volume della musica è sparato a stecca. Non sento più neanche i colpi che mi arrivano. Son fuori dal mondo. Son nel MIO mondo. Ed ecco che succede di nuovo. Rivedo quegli occhi. Incrocio ancora quello sguardo. Lei è lì, poco distante da dove mi trovo io. Ha una bottiglia di vodka in mano e parla con un paio di persone. Un ragazzo le strappa la bottiglia dalle mani e le dice qualcosa. Il pogo inizia a farsi violento. La ragazza che le era accanto la prende per un braccio, la trascina in mezzo alla folla. Cazzo! E’ lei, ne sono sicuro. Cerco di farmi largo tra la gente. L’alcool ha sortito i suoi effetti. Le persone che mi circondano non capiscono più nulla, la mente è annebbiata. Non sentono la mia voce quando dico di farmi passare, la musica è troppo alta. Passano diversi minuti. Mi son avvicinato, ma non abbastanza. Continuo a farmi largo. Gomitate, spinte, colpi duri. Sembra di stare in un inferno, non riesco a muovermi che di pochi metri. La vedo: ride insieme all’amica. Il suo sorriso è bellissimo, mi tramortisce. Cerco di avvicinarmi. La vedo che si allontana, barcolla leggermente. Cazzo! Non posso perderla. Mi faccio largo tra la folla. Un tizio grande e grosso riceve una gomitata, si gira e vede me. Inizia ad urlarmi contro bestemmie a più non posso. Io neanche lo sento, sto fissando lei che si allontana. Dico all’omone di farmi passare, che ho da fare. Neanche mi accorgo del cazzotto che mi arriva in pieno viso. Lei è sempre più distante e la mia vista si sta annebbiando. Cazzo! Sto perdendo i sensi. Non ora, non ancora. Mi risveglio al bancone. L’altro barman sta passando uno straccio con del ghiaccio ad una tipa che me lo mette sulla tempia: la riconosco, è quella dei 5 euro. Accanto a me il buttafuori è incazzato come una bestia. Sento una mano sulla spalla: Mauro è dietro di me e mi chiede che cazzo ho combinato. Mi dice che non vuole casini nel suo locale e che forse è meglio se per un po’ non mi faccio vedere. Non riesco neanche ad incazzarmi, la testa mi sta scoppiando. La tempia mi pulsa in maniera allucinante. Il locale, ormai, è quasi vuoto. Guardo Mauro, cerco di spiegarli come son andate le cose. Gli dico della ragazza dagli occhi magnetici che girava con la bottiglia di vodka, che la volevo raggiungere. Gli dico che quel tizio neanche lo conoscevo, che era talmente fatto che mi ha colpito senza motivo. Non so neanche perché gli stia dicendo tutte quelle cose…ma continuo a parlare, di getto. Mauro non vuol sentire ragioni. Mi dice di andare a casa e dormirci su, quindi si volta e se ne va, seguito dal buttafuori. La ragazza si è allontanata in direzione del guardaroba. Rimango da solo col Barman. Mi versa un Jack Daniel’s e mi dice di non pensarci. Mi dice di aver capito chi sia la ragazza di cui parlavo ma che non la conosce. Mi dice migliaia di cose, scopro che è uno con la parlantina sciolta. Sembra una macchinetta…e da una parte la cosa mi piace. Il ronzio continuo della sua voce è come una nenia che non mi fa sentire il sibilo dei miei pensieri. La serata è finita. Laura, la tipa che mi ha lasciato il numero sui 5 euro, si offre di riaccompagnarmi a casa. Tra poco sarà l’alba ed io non ho la macchina. Per fortuna tra pochi giorni la ritirerò dal carrozziere: son stufo di scroccare passaggi a destra e sinistra. La strada scorre veloce. Laura non smette un attimo di parlare, ma io non la sento nemmeno. Me ne sto con la sigaretta spenta in bocca e ripenso a quello che mi ha detto Roberto. “Si chiama Giulia. E’ una tipa strana, ma non so altro di lei. Comunque penso che abbia già qualcuno, poco fa l’ho vista parlare con Davide e poi andare via con un tipo su un’Alfa scura.” “Giulia…” bisbiglio. “Hai detto qualcosa?” fa Laura. “No no, scusa. Stavo solo ripensando ad alta voce. Ah, per casa mia devi girare lì a destra. Abito nel secondo palazzo, al numero 7.” La luce del giorno che filtra dalle serrande mi sveglia. Son le 10:00, è presto, troppo presto. Ripenso alla serata prima. Ripenso a quello sguardo. 25 anni. Troppi per andare in paranoia per una tipa che neanche conosci. 25 anni. Troppo pochi per smettere di godersi la vita. Laura ancora dorme. Se ne sta rannicchiata, accanto a me, nell’altra metà del matrimoniale che spadroneggia nella mia camera. Fine serata prevedibile, troppo. Lei che mi riaccompagna, parliamo un po’ stando in macchina, mi chiede se può entrare. Stappo due birrette, metto su un po’ di musica e ci sediamo sul divano. Le birre finiscono subito, ma la bocca non fa in tempo a diventare asciutta che già ho la sua lingua dentro. Ci spogliamo a vicenda, avidamente, mentre continuiamo a baciarci…toccarci… Laura ha due tette niente male, non l’avevo notato con quella cazzo di maglia larga che porta. Scopiamo sul divano, in maniera selvaggia, con rabbia. Ho un fuoco dentro che va spento, una furia cieca che deve essere placata. Il sesso riesce a placare la bestia nera che dimora al mio interno e che, prepotente, cerca di uscire quando la paranoia fa capolino. Solita scena: La trascino dal divano al letto continuando a metterle le mani ovunque. Il mio tocco sembra piacerle, lo capisco dai mugolii che continua a fare. Scopiamo ancora una volta, sul letto. La rabbia che covo dentro è troppo grande, non son mai sazio, ne voglio ancora ed ancora. Crolliamo esausti con il sole che sta spuntando. Io son sul letto, guardo il soffitto e non proferisco parola. Rimango così per un po’, assorto nei miei pensieri. Mi godo il silenzio mattutino. Quindi mi alzo e vado in cucina; metto su il caffè e scaldo le brioches nel forno elettrico. In pochi minuti la colazione è pronta. Torno in camera da letto proprio mentre Laura si sveglia. Le porgo caffè e cornetto caldo, lei mi ringrazia con un fugace bacio sulle labbra. Starà pensando che son un caro ragazzo, premuroso e gentile. Starà pensando le stronzate che, di volta in volta, pensano tutte. Le mille attenzioni, le mille premure. A fanculo tutto! Son come il personaggio di un cazzo di film: un diavolo con indosso una maschera da angelo. Ciò che ho davvero dentro non verrà mai fuori, nessuno capirà mai come sono. Nessuno capirà mai cosa voglio. Nessuno mi capirà mai. Io sono il primo a non capirmi. Sto lì con una ragazza che mi guarda con due occhi da cerbiatto…eppure nella mia mente si fa strada, come una furia, un pensiero che non dovrebbe esser lì: quello sguardo magnetico che non riesco a cancellare dalla testa! Prima dell’ora di pranzo Laura si dilegua: deve pranzare con i suoi quel giorno ed io ringrazio il cielo che sia così. Non sarei riuscito a sopportarla ancora; è una brava ragazza, mi piace, ma ho bisogno di star solo. Io DEVO stare da solo. Non posso avere persone intorno. Non posso condividere il fardello che porto dentro con qualcun altro. Mi dà un bacio. Le prometto di richiamarla. Appena esce mi accendo una sigaretta, mi siedo sul divano. Tiro fuori dai pantaloni i 5 euro su cui è scritto il suo numero. Mi faccio schifo. Odio il mio essere così passivo verso le emozioni. Mi odio. Odio me stesso come forse odio poche altre cose. Brucio con l’accendino la banconota. La guardo consumarsi, lentamente, nel posacenere. La mia vita è uno schifo, è inutile cercare di cambiarla… |
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